Iperprotezione: in famiglia diventa un ostacolo all’autonomia

L’iperprotezione: una mamma che dà sempre ragione nuoce ai suoi figli

Vediamo insieme questo caso di iperprotezione: Sara è una ragazza sulla trentina che ha buone capacità relazionali e si mostra sempre sorridente. Sara vive a casa con i genitori, la madre è casalinga e il padre è in pensione.

Sara aveva un lavoro protetto dal quale si è licenziata. Ha deciso di non lavorare più in quel luogo perché si sentiva presa di mira da alcune colleghe.

La mancanza di un lavoro è fonte di grande pena per sua madre.

A volte tende ad inventare storie di fantasia che riguardano terze persone ed ha spesso pensieri persecutori nei confronti di un membro della sua famiglia. Quando ciò avviene, Sara è completamente immersa in questo tipo di pensieri e solo con molta fermezza è possibile riportarla alla realtà.

Il padre la rimprovera molto quando inventa storie, ma per il resto si tiene lontano dalle situazioni più complesse.

La madre invece tende ad essere d’accordo con il padre solo quando sono insieme, altrimenti tende ad avere un atteggiamento di iperprotezione e a dare ragione alla figlia e spesso ne condivide i pensieri persecutori.

Il percorso di Coach Familiare

Il percorso di Coach Familiare viene attivato e la famiglia manifesta da subito l’interesse nel ricevere questo tipo di aiuto, vorrebbero infatti una mano nella gestione di Sara e per modificare le loro abitudini, considerate da loro stessi “troppo chiuse”.

La loro quotidianità infatti è scandita da orari molto particolari: il pranzo è alle 11 di mattina e la cena alle 16.

La madre afferma che tali abitudini sono dettate dagli orari del marito in pensione, che si sveglia molto presto alla mattina (abitudine che gli è rimasta da quando lavorava).

Per il resto, il padre ha l’hobby del giardinaggio che funge anche da rifugio quando la situazione in casa prende una brutta piega.

La madre di Sara si occupa della casa e si lamenta perché la figlia non la aiuta mai e in nessun modo con le faccende domestiche. Vorrebbe tanto che la figlia trovasse un nuovo lavoro ma, allo stesso tempo, boccia ogni sua idea o proposta, ricordandole che non può svolgere determinati tipi di attività.

Si chiede spesso se ha sbagliato nella gestione della figlia e del suo problema e allo stesso tempo riconosce che avrebbe voluto un aiuto in questo ambito: aiuto che però non ha mai chiesto.

Ha un atteggiamento di iperprotezione nei confronti della figlia.

Sara ha delle difficoltà nello svolgimento di alcuni compiti e attività domestiche ed ha bisogno che qualcuno le indichi il passo successivo, sia con suggerimenti verbali che visivi.

Sara non ha le idee chiare su ciò che le piacerebbe fare e quando “scopre” un nuovo lavoro se ne invaghisce subito, senza considerare le effettive possibilità a disposizione per svolgerlo: ciò che la blocca maggiormente è la mancanza di lucidità su alcune questioni e l’ostinatezza con cui porta avanti i pensieri persecutori.

Come innescare un cambiamento positivo?

Anche in questo caso, come prevede il metodo del Coach Familiare l’intervento è rivolto non soltanto a Sara ma all’intera famiglia.

Infatti, senza il supporto adeguato dei genitori, risulta difficile attuare un cambiamento che si mantenga stabile nel tempo.

In questo caso l’intervento riguardava sia la gestione e le autonomie di Sara che la normalizzazione delle abitudini familiari.

Si è lavorato per rendere Sara più autonoma e collaborante nelle faccende domestiche. Venivano svolte semplici ma efficaci attività: preparare delle pietanze e farlo senza l’aiuto della madre. Il tutto sotto la supervisione attenta del coach.

Durante questo tipo di attività sono venute alla luce sia le abilità di Sara che le sue debolezze il che ha permesso un miglior inquadramento e una concentrazione maggiore per potenziare le prime e fortificare le seconde.

Inoltre, visto che uno dei desideri era quello di trovare un lavoro per Sara, il coach l’ha aiutata a compilare il suo curriculum e ad individuare in quali aziende avrebbe potuto fare domanda.

Tutte le attività proposte sono state accolte con grande entusiasmo da Sara che era molto soddisfatta quando riusciva a cucinare varie pietanze.

Anche l’attività di selezione delle aziende a cui consegnare il suo curriculum aveva riscosso notevole interesse.

L’apparenza inganna…

Ad un certo punto del percorso, Sara ha deciso purtroppo che non avrebbe fatto il colloquio presso un’azienda, con la quale aveva già preso accordi e che non avrebbe consegnato altri curriculum.

Questa decisione ha fatto precipitare l’andamento del percorso di coach familiare, causando molta ansia e disperazione nella madre, che sperava di ottenere risultati positivi. Tuttavia, la madre non ha fatto nulla per far cambiare idea a Sara.

Il padre, invece, si aspettava tale conclusione.

Visto che Sara non ha mostrato altra disponibilità nel continuare il percorso, il coach ha proposto ai genitori di pensare ad un percorso per loro due, ma non hanno accettato: non vogliono imporre un cambiamento alla figlia e preferiscono rimanere in quella situazione.

E ora?

Recentemente abbiamo sentito la madre di Sara, la quale ci ha raccontato che la situazione a distanza di due anni è la stessa, se non peggiorata per alcuni versi.

Sara non ha mai più consegnato il suo curriculum e non le interessa minimamente lavorare. È sempre a casa tra divano, tv e cellulare, non aiuta nelle faccende domestiche, non esce, non ha hobbies, passioni o amicizie ed anche l’isolamento sociale della famiglia continua.

Concludendo

Tiriamo le somme. Questo è uno dei casi in cui la forte iperprotezione della madre e del padre nei confronti di Sara, unita alla scarsa motivazione e alle problematiche intrinseche della figlia, non hanno permesso che il cambiamento attecchisse.

Il suggerimento per entrambi i genitori era di intraprendere un percorso per poter modificare le dinamiche disfunzionali e per poter migliorare la loro qualità di vita, ma, dal momento che nessuno dei due intende lavorare per cambiare, non è stato possibile proseguire.

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