Domande e risposte sul Progetto di Vita

Domande e risposte sul Progetto di Vita all’incontro di Castel S. Pietro Terme  

Domande e risposte sul Progetto di Vita e su specifici temi indicati dai relatori sono state le protagoniste di un incontro dal titolo “Progetto di Vita dalla teoria alla pratica”, svoltosi il 16 maggio 2026 a Castel S. Pietro Terme e organizzato dalle Associazioni Castello Insieme per l’Autismo e Angsa Bologna.

Il tema proposto dal Dott. Pietro Berti è stato:

Come tradurre i diritti sulla carta in diritti esercitabili nella vita quotidiana

Le domande e le risposte sul Progetto di Vita sono state numerose, per questo motivo le riportiamo in questo articolo, perchè possano essere utili a tutti coloro che vogliono saperne di più.

 

Una delle prime domande e risposte sul Progetto di Vita: cos’è? 

Il Dott. Pietro Berti ha spiegato che il Progetto di Vita è un documento, con valore legale, che viene condiviso tra la persona con disabilità, la sua famiglia (se minorenne), l’eventuale amministratore di sostegno, i servizi pubblici (Comune, ASL o ASP dove c’è) e altri consulenti privati, cooperative o associazioni.

Questo documento serve a definire prima di tutto i desideri della persona (stile di vita vuole avere e cosa vuole fare) e in base a questo sono definiti i bisogni di sostegno:

  • finanziari
  • strumentali
  • risorse umane (es. educatori)

 

Successivamente viene definita la traiettoria di sviluppo di quella persona, cioè gli obiettivi non solo a breve termine, ma a medio e a lungo termine che delineano la direzione verso cui la persona vuole andare.

Il Progetto di Vita è quel documento che va a sancire tutte queste cose con un piano di monitoraggio, utile per aggiustare la rotta laddove necessario, ad esempio se mio figlio oggi ha 14 anni, come faccio a sapere cosa farà quando ne avrà 20 o 30?

Non dobbiamo definire oggi cosa succederà fra 10 anni, perchè non lo possiamo sapere, ma dobbiamo definire la direzione verso quale vogliamo andare. In quella direzione stabiliamo degli obiettivi specifici, che poi monitoriamo nel tempo e quando li monitoriamo capiamo se la direzione che abbiamo preso è quella giusta oppure ha bisogno di una correzione o addirittura è sbagliata.

Questo è ciò che fanno tutti nel corso della loro vita.

In particolare dobbiamo accompagnare e aiutare le persone con disabilità intellettiva che non hanno questa capacità di prefigurare il futuro, perché c’è proprio un discrimine anche in letteratura fra la disabilità intellettiva e la non disabilità intellettiva e la capacità di prefigurare il futuro.

 

A chi è rivolto e quando si può attivare il Progetto di Vita?

Queste sono altre domande e risposte sul Progetto di Vita, emerse nel corso dell’incontro.

Alla prima il Dott. Pietro Berti ha risposto che il Progetto di Vita si rivolge:

A tutte le persone che hanno una certificazione 104 Articolo 3. Il comma non è importante. Voi sapete che l’articolo 3 della 104 individua le persone con disabilità. Poi c’è comma 1, il comma 3, ci sarebbe anche il comma 2, ma se voi avete una certificazione 104, articolo 3, è sufficiente qualunque sia il tipo di comma.

Può essere richiesto fin dal momento in cui l’INPS riconosce la 104 e non ha una scadenza.

Da che età è bene attivarlo? Il Dott. Berti consiglia però di attivarlo il prima possibile, dalla momento della certificazione: se c’è una disabilità, è necessario partire in anticipo per insegnare autonomie e prerequisiti lavorativi, nel caso di un giovane non ha senso aspettare la fine della scuola.

Il Progetto di Vita serve anche a coordinare tutte le figure educative affinché facciano la stessa cosa in ogni contesto (scuola, casa, terapie); se ognuno usa un metodo diverso, il lavoro diventa controproducente./vc_column_text]

 

Come si richiede il Progetto di Vita e in quanto tempo devono rispondere le istituzioni?

Queste sono altre domande e risposte sul Progetto di vita importanti, che spesso ci rivolgono e alle quali diamo risposte.

Il Dott. Berti risponde che richiedere i Progetto di Vita è molto facile:

Basta mandare una PEC (Posta Elettronica Certificata). Se non l’avete potete anche delegare qualcun altro che ha la PEC a mandarla oppure potete portare la richiesta personalmente all’ufficio protocollo del Comune. E’ importantissimo che ci sia o una posta elettronica certificata o un protocollo dell’ufficio protocollo, quindi quando la portate la richiesta, chiedete di mettere subito il protocollo e fatevi dare la ricevuta perché la legge è molto chiara in questo.

La richiesta può essere fatta in carta libera e non richiede moduli prestampati.

Si deve richiedere l’attivazione del progetto di vita secondo la Legge 328/2000 e 227/2021 con i riferimenti della persona per la quale si richiede. Si dovrà scrivere semplicemente questo: richiesta o attivazione Progetto di Vita per… con i riferimenti della persona per la quale si richiede il Progetto di Vita in modo tale che sia identificabile con precisione.

Da questo momento le tempistiche legali sono precise:

  1. Entro 15 giorni, il Comune deve rispondere indicando: di aver ricevuto la richiesta, il nome del responsabile del procedimento e la data di termine.
  2. Per la stesura del progetto, le province attualmente “in sperimentazione” (in Emilia-Romagna, ad esempio, le province in sperimentazione sono Forlì-Cesena, Ravenna, Rimini, Bologna e Piacenza) hanno 90 giorni di tempo. Nelle restanti province, il limite è la vecchia normativa dei 180 giorni (6 mesi).
  3. Se, trascorsi i 6 mesi, non c’è stata proposta scritta che includa azioni e budget, scatta il reato di “inerzia istituzionale”: le famiglie che in questi casi si sono rivolte al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) hanno sempre vinto la causa.

 

Per fortuna i comuni che non rispondono sono sempre meno, ma dobbiamo anche pensare che le istituzioni attualmente non hanno le risorse umane sufficienti e quindi a volte sono proprio in difficoltà.

 

Chi viene coinvolto nella stesura del progetto di vita e cos’è l’UVM?  

Altre domande e risposte sul Progetto di Vita, specifiche e importanti. Il Dott. Berti ha risposto così:

L’UVM è l’Unità di Valutazione Multidimensionale. L’UVM è un tavolo di lavoro composto da professionisti del Comune e della parte sanitaria, dell’ASL e anche dell’ASP. Nel Progetto di Vita, l’UVM in alcune regioni diventa “potenziata”, nel senso che diventa partecipata. Oltre a Comune e ASL, vi siedono la persona con disabilità, la famiglia, l’amministratore di sostegno e i consulenti scelti dalla persona (es. educatori, medici, neuropsichiatri).

Ci deve essere anche il medico di base e vengono invitati, anche dei rappresentanti della scuola, se la persona va a scuola, oppure del centro per l’impiego, se la persona è in età lavorativa.

In questo tavolo tutti i professionisti hanno lo stesso peso decisionale, ma il parere imprescindibile è quello della persona con disabilità. Se la persona è maggiorenne e non ha un amministratore di sostegno, la famiglia non ha alcun potere di parlare al suo posto: è il disabile stesso che deve intervenire in prima persona.

Richiedere il Progetto di Vita è l’unico modo per avere voce in capitolo. Senza la sua attivazione formale, Comune e ASL possono prendere decisioni (ad es. l’inserimento in un centro) senza consultare la famiglia e la persona interessata.

 

Cos’è il budget di progetto? 

Il Dott. Pietro Berti risponde ad un’altra delle domande che spesso ci rivolgono sul budget del Progetto di Vita, quindi sulle risorse economiche, e spiega che:

Il budget di progetto è la somma di tutte le risorse che concorrono alla realizzazione del Progetto di vita: finanziarie, quindi quelle economiche, ma anche strumentali e di risorse umane, le risorse del volontariato e le familiari dei caregiver. E’ una sistematizzazione di tutti i sostegni che ci sono, compresi anche quelli familiari.

Non esistono limiti massimi di budget, si deve erogare ciò che serve alla persona, e non può essere toccata o assorbita dai servizi la pensione di invalidità civile della persona con disabilità, che deve rimanere nella piena disponibilità della persona per le proprie spese personali e i propri desideri.

Se un Comune rifiuta un servizio sostenendo di non avere soldi, rischia la condanna da parte del TAR. Il Progetto di Vita sancisce infatti un diritto a ricevere servizi considerati essenziali e il Comune è obbligato a trovare i fondi necessari. Questo diritto però non è automatico. Una persona con disabilità certificata 104, ha questo diritto, che però deve esigere.

Un Progetto di Vita ben fatto non comporta necessariamente una spesa maggiore per il pubblico, al contrario, razionalizza le spese.

Lo scopo del progetto è ragionare in modo evolutivo sul percorso di quella singola persona, calibrare i sostegni di conseguenza e monitorarne la crescita.

 

La confusione sulla sperimentazione 

Fra le varie domande e risposte sul Progetto di Vita, un’altra che spesso ci rivolgono e alla quale rispondiamo riguarda la sperimentazione, perchè la maggior parte delle famiglie ritiene di dover aspettare il 2027 per attivare il Progetto di Vita, dopo l’introduzione della nuova riforma e decreto legislativo 62 del 2024.

Perchè le famiglie sono convinte di dovere aspettare il 2027? Perchè molti Comuni dicono alle famiglie di aspettare il 2027 per richiedere il progetto di vita, sostenendo che sia in fase di “sperimentazione”, ma questo è falso: il Progetto di Vita esiste da 26 anni, istituito con la Legge 328 del 2000.

Attualmente in sperimentazione è solo la nuova procedura standardizzata per fare il progetto (decreto 62), che nel 2027 diverrà obbligatoria in tutta Italia, ma il diritto all’attivazione del Progetto di vita è già in vigore ed esigibile dal 26 anni.

 

L’Accomodamento ragionevole

Nell’ultima domanda, il Dott. Pietro Berti spiega cos’è l’accomodamento ragionevole:

Si tratta di quel tavolo di lavoro dove, visto che non c’è un servizio disponibile o quel servizio disponibile non è attuabile, si chiede un tavolo di lavoro studiare altre soluzioni, diverse da quelle normalmente previste. In questo tavolo di lavoro è obbligatorio che ci siano le persone con disabilità, la famiglia, i sostegni e tutti coloro che sono coinvolti nel progetto. Nel caso in cui non venga concesso l’accomodamento ragionevole, si configura il reato di discriminazione che è un reato penale.

Si tratta quindi di cercare soluzioni in deroga alle regole standard. Rifiutarsi di accordare o anche solo discutere questo accomodamento configura il reato penale di discriminazione, di cui risponde a livello personale il dirigente dei servizi.

 

Vuoi maggiori informazioni sul Progetto di Vita, su come fare ad attivarlo e sulle tempistiche?

 

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