Il maggiordomo di quartiere: un’opportunità di inclusione sociale per persone con disabilità?
Quando pensiamo alle opportunità occupazionali per le persone con disabilità, soprattutto intellettiva e autismo, ci vengono in mente:
- laboratori
- centri diurni
- tirocini
- inserimenti lavorativi protetti
- attività più o meno strutturate.
Ma siamo sicuri che le opportunità debbano essere cercate necessariamente all’interno di un’organizzazione, di un servizio o di un’azienda?
E se provassimo a guardare alle piccole necessità quotidiane delle persone, dei negozi, dei quartieri e delle comunità?
Da questa riflessione nasce un’idea che vorrei condividere: il maggiordomo di quartiere come opportunità d’inclusione sociale e occupazionale per le persone con disabilità.
Che cosa fa un maggiordomo di quartiere?
Il maggiordomo di quartiere è una figura che si mette a disposizione delle persone e delle attività commerciali di una determinata zona per svolgere piccole commissioni e servizi quotidiani.
Può andare in panetteria a ritirare un ordine, portare un pacchetto da un negozio all’altro, consegnare qualcosa a una persona anziana, ritirare un capo in lavanderia, distribuire materiale informativo per un’associazione.
Piccole attività, spesso molto semplici, che però rispondono a bisogni reali.
La figura del maggiordomo di quartiere esiste già in diverse realtà italiane, generalmente come servizio di prossimità rivolto ai cittadini.
Perché non immaginare che questo ruolo possa essere svolto anche da persone con disabilità, naturalmente sulla base delle loro capacità, dei loro interessi e con gli eventuali sostegni necessari?
Non necessariamente un lavoro, ma certamente un ruolo
Quando parliamo di inclusione sociale o lavorativa, tendiamo spesso a distinguere tra inserimento lavorativo e attività occupazionale.
Il primo dovrebbe portare a un’occupazione retribuita, mentre la seconda viene generalmente proposta a persone per le quali l’accesso al lavoro risulta più difficile, ma forse esiste un’altra prospettiva dalla quale guardare la questione.
Una persona potrebbe svolgere alcune commissioni per i negozianti del proprio quartiere, anche soltanto per qualche ora alla settimana, senza che questo debba necessariamente trasformarsi in un lavoro retribuito.
Naturalmente, nel rispetto delle regole che distinguono un’attività volontaria o socio-occupazionale da una vera prestazione lavorativa.
Quello che conta, dal punto di vista del progetto di vita, è che l’attività sia significativa, risponda alle preferenze della persona e le permetta di assumere un ruolo riconosciuto.
Essere occupati non è la stessa cosa che sentirsi utili
C’è una differenza importante tra trascorrere due ore svolgendo un’attività predisposta da un educatore e trascorrere quelle stesse due ore facendo qualcosa di cui un’altra persona ha realmente bisogno.
Nel secondo caso, non stiamo semplicemente partecipando a un’attività: stiamo contribuendo alla vita della comunità.
Il quartiere come luogo di inclusione sociale
Pensiamo a cosa potrebbe accadere se una persona con disabilità cominciasse a frequentare regolarmente alcuni negozi del quartiere per svolgere piccole commissioni.
Il panettiere imparerebbe a conoscerla, il barista la saluterebbe quando passa, il negoziante comincerebbe ad affidarle qualche piccolo incarico.
Con il tempo potrebbero nascere:
- relazioni
- conoscenze
- occasioni d’incontro.
La persona non sarebbe più soltanto qualcuno che frequenta il quartiere accompagnato da un educatore o da un familiare, ma qualcuno che nel quartiere svolge una funzione.
Qualcuno che viene riconosciuto, aspettato, cercato. E forse proprio qui si trova l’aspetto più interessante di questa proposta: non portare semplicemente le persone con disabilità nella comunità, ma creare le condizioni perché diventino parte attiva della comunità stessa.
L’inclusione sociale, infatti, non coincide con la semplice presenza fisica in un luogo.
Richiede partecipazione, relazioni, reciprocità e riconoscimento.
E per chi ha bisogno di muoversi continuamente?
C’è poi un’altra considerazione che trovo particolarmente interessante.
Conosciamo persone con disabilità intellettiva o autismo, che hanno un forte bisogno di movimento e che faticano a rimanere a lungo nello stesso ambiente, preferiscono attività dinamiche e traggono soddisfazione dal passare da un compito all’altro.
Spesso cerchiamo di adattarle a contesti nei quali devono stare sedute, concentrarsi su attività ripetitive o rispettare ritmi che non corrispondono alle loro caratteristiche.
E se invece provassimo a costruire opportunità che valorizzino proprio queste caratteristiche?
Un’attività che richiede di camminare, spostarsi, raggiungere luoghi diversi, incontrare persone e svolgere compiti brevi e concreti potrebbe essere particolarmente adatta ad alcune di loro.
Il movimento, in questo caso, non sarebbe più qualcosa da contenere o gestire, ma diventerebbe parte integrante di un’attività utile.
Naturalmente, non tutte le persone apprezzano gli stessi ambienti o la stessa varietà di situazioni. Anche in questo caso occorrerebbe partire dalle preferenze individuali.
Il principio però rimane: perché cercare sempre di adattare le persone alle attività, anziché costruire attività che valorizzino le caratteristiche delle persone?
Non soltanto il quartiere: anche aziende, condomini e associazioni
Il ragionamento potrebbe essere esteso ad altri contesti.
Pensiamo a un’azienda nella quale una persona possa occuparsi di piccole commissioni interne, della distribuzione di materiali o di semplici servizi per i dipendenti.
Oppure a un condominio, dove potrebbe svolgere piccole attività a favore dei residenti 0 ancora a una rete di associazioni, negozi e servizi pubblici che abbiano bisogno di qualcuno che si occupi di commissioni e piccole attività quotidiane.
Non immagino necessariamente un’unica occupazione, da svolgere tutti i giorni per molte ore.
Potremmo pensare anche a poche ore settimanali, magari distribuite tra contesti differenti.
Per alcune persone potrebbe rappresentare un’esperienza preparatoria a un futuro inserimento lavorativo. Per altre potrebbe diventare un’attività occupazionale stabile, gratificante e socialmente riconosciuta.
In entrambi i casi, il valore non sarebbe soltanto nell’attività svolta, ma nelle opportunità di partecipazione che questa potrebbe generare.
Una comunità che non si limita ad accogliere, ma che coinvolge
C’è un aspetto sul quale credo valga la pena riflettere.
Quando parliamo di inclusione delle persone con disabilità, chiediamo spesso alla comunità di essere accogliente, disponibile, sensibile.
Tutte cose importanti, naturalmente.
Ma forse dovremmo cominciare a chiedere qualcosa di diverso: non soltanto accogliere le persone con disabilità, ma riconoscere che possono offrire un contributo alla vita collettiva.
Il negoziante che affida una commissione, il residente che chiede un piccolo favore, l’associazione che coinvolge una persona in un’attività utile non stanno semplicemente compiendo un gesto di solidarietà.
Stanno riconoscendo a quella persona un ruolo.
E questo può cambiare profondamente il modo in cui la persona viene percepita dagli altri e, soprattutto, il modo in cui percepisce sé stessa.
Non più soltanto qualcuno che ha bisogno di sostegno, ma qualcuno che può essere di aiuto.
Che ne pensate?
Quella del maggiordomo di quartiere è, per il momento, una proposta sulla quale mi piacerebbe aprire una riflessione.
Non penso a un modello rigido, né a una soluzione adatta a tutte le persone con disabilità.
Penso piuttosto a un’opportunità in più, da esplorare all’interno dei progetti di vita, partendo dalle preferenze, dalle capacità e dalle aspirazioni delle singole persone.
Un’opportunità che potrebbe coniugare attività occupazionale, movimento, autonomia, relazioni sociali e partecipazione alla vita della comunità.
E che potrebbe anche aiutarci a superare una visione dell’inclusione sociale troppo spesso centrata sui luoghi e sui servizi, anziché sui ruoli che le persone possono assumere nella società.
Potrebbe funzionare? Conoscete esperienze simili?
Pensate che nei vostri quartieri, nei piccoli paesi, nelle aziende e nelle associazioni ci possa essere spazio per una figura di questo tipo?
E soprattutto: quante persone con disabilità che oggi trascorrono le proprie giornate in attività poco significative potrebbero trovare, in un’esperienza del genere, un’occasione per sentirsi davvero parte della propria comunità?
Forse vale la pena provare a immaginarlo. E, perché no, cominciare a sperimentarlo.
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Cosa pensate del maggiordomo di quartiere come opportunità di inclusione sociale per persone con disabilità?

