Parma AUT: per non sentirsi soli
L’esigenza dei Genitori con figli Autistici di disporre dei servizi che li aiutino ad affrontare più serenamente la quotidianità, che spesso risulta essere molto gravosa per varie motivazioni, è alla base della fondazione dell’Associazione Parma AUT APS
L’obiettivo dell’Associazione è quello di riunire a Parma tutti i soggetti che si occupano di autismo, a partire dai caregiver, ma anche:
- professionisti
- associazioni
- enti pubblici
- privati.
In quest’ottica, l’Associazione ha invitato il Dott. Pietro Berti a parlare del Progetto di Vita nella serata del 27 febbraio 2025 insieme al Dott. Paolo Minelli, Vicepresidente di Parma AUT.
Una serata a Parma AUT dedicata al Progetto di Vita.
Il 27 febbraio si è svolta una serata dedicata al Progetto di Vita, con una diretta Facebook che è possibile vedere nella pagina ufficiale di Parma AUT a questo link.
In questo articolo riportiamo i punti salienti dell’incontro, approfittando di questa occasione per rispondere alle domande che spesso ci rivolgono.
L’incontro è iniziato con la presentazione del Dott. Pietro Berti, psicologo, che parlava da Ravenna.
Ha spiegato che lavora su tutto il territorio nazionale, occupandosi di Progetti di Vita per persone con disabilità insieme alla sua équipe di professionisti.
Attualmente sta seguendo circa 70 progetti in diverse città italiane:
La nostra peculiarità è il lavoro a domicilio: non gestiamo strutture come centri residenziali o semiresidenziali, il che ci permette di consigliare i servizi più adeguati senza conflitti di interesse, poiché non siamo noi a erogarli.
Cos’è il Progetto di Vita
Il Vicepresidente di Parma AUT, Dott. Paolo Minelli, ha quindi chiesto a Pietro Berti di spiegare cos’è un Progetto di Vita.
Il Progetto di Vita è un documento condiviso tra famiglia, persona con disabilità e servizi sociali del Comune e dell’ASL, che definisce due aspetti fondamentali:
- i servizi minimi a cui la persona ha diritto, che non possono essere ridotti, se non in seguito a un cambiamento nelle sue condizioni di vita;
- l’individuazione di un percorso per il futuro, la cui durata varia a seconda dell’età della persona.
Il documento identifica i passaggi necessari per raggiungere la migliore condizione possibile, tenendo conto degli ostacoli, ma con l’obiettivo di sviluppare al massimo le potenzialità della persona e garantirle il miglior benessere possibile.
A chi bisogna rivolgersi per attuare il Progetto di Vita?
A questa domanda Berti ha risposto che non è necessario rivolgersi all’ASL, bensì al Comune, in quanto ente responsabile dei Progetti di Vita, o all’ambito territoriale per i comuni molto piccoli.
L’ASL viene coinvolta, ma su iniziativa del Comune.
In caso di eventuali ricorsi giudiziari, infatti, è sempre il Comune a rispondere legalmente.
Chi, quando e come si può richiedere il Progetto di Vita?
Tutte le persone con Certificazione 104 possono richiedere il Progetto di Vita a partire dal momento del riconoscimento della certificazione, indipendentemente dal tipo di disabilità o dal comma di riferimento, inviando una PEC al Comune di residenza.
Se si possiede la certificazione 104, il Progetto di Vita può essere richiesto in qualsiasi momento.
Anzi, è consigliabile farlo il prima possibile, poiché permette di definire le traiettorie di sviluppo.
Per quanto riguarda gli aspetti legislativi: nel 2000 è stata introdotta la legge sui Progetti di Vita, senza però indicare come attuarli.
Nel 2024, è stato approvato il Decreto Legislativo 62, dove si stabilisce la necessità di un modello unico a livello nazionale.
Questo modello sarà sperimentato nel 2026 ed entrerà in vigore nel 2027.
Fino ad allora, i Progetti di Vita restano comunque richiedibili e attuabili.
E se i Comuni dicono che non ci sono fondi?
Il Vicepresidente di Parma AUT ha chiesto a Pietro Berti:
Esistono tabelle nazionali che stabiliscono un budget assegnato a ogni persona con disabilità? Si può comunque procedere se il settore sociale del Comune dichiara di non avere fondi disponibili? Qual è la procedura da seguire in questi casi?
La risposta alla prima domanda è stata che non esistono tabelle nazionali che definiscano un budget in base alla disabilità o dei limiti che possono essere stabiliti dal comune. L’unico limite è il benessere, la felicità e la qualità della vita della persona.
Il Progetto di Vita può essere richiesto anche se il settore sociale del Comune dichiara di non avere fondi disponibili. In questi casi, è sempre preferibile tentare prima una soluzione negoziale, collaborando con il Comune per individuare servizi alternativi che possano compensare la carenza di risorse economiche. Qualora ciò non fosse possibile, è possibile presentare ricorso al TAR per insufficienza o inadeguatezza della progettazione.
Infine, non si può parlare di mancanza di fondi senza aver prima definito e formalizzato il progetto, le attività e i servizi necessari.
Inoltre, la normativa prevede che, se il Comune non risponde entro 30 giorni, sia possibile inviare un sollecito. Se il termine supera i 60 giorni, o se dopo un anno o un anno e mezzo il Progetto di Vita non è ancora stato definito, si può presentare ricorso al TAR per ritardata progettazione.
Paolo Minelli, chiede come ci si deve comportare se un Comune è in dissesto e Berti risponde che:
Un Comune in dissesto è comunque obbligato a realizzare i Progetti di Vita, eventualmente accedendo al Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza per reperire le risorse necessarie.
Il ruolo della scuola
Qual è il ruolo della scuola nella definizione dei Progetti di Vita per bambini in età scolare?
Chi è la figura scolastica di riferimento? E cosa fare se la scuola dovesse rifiutarsi di accogliere un bambino con disabilità?
A queste domande Pietro Berti risponde che la scuola è coinvolta e ha un ruolo paritario nella definizione dei Progetti di Vita, e non può limitarne l’attuazione, salvo in casi specifici o per motivi di sicurezza.
All’interno dei Progetti di Vita, il parere di tutti i soggetti coinvolti, pubblici o privati, ha lo stesso valore.
La figura scolastica di riferimento è solitamente l’insegnante di sostegno o l’educatore, ma non ci sono limitazioni: l’importante è che sia una figura vicina al bambino o al ragazzo, che può essere suggerita anche dalla famiglia.
Poiché l’accesso alla scuola è un diritto, se la scuola dovesse rifiutarsi di accogliere un alunno con disabilità, è consigliabile rivolgersi al Comune per trovare una soluzione.
Il percorso lavorativo
Alla domanda dove si parte nell’impostare un percorso lavorativo per un giovane (18-20 anni)?
Innanzitutto, è necessario fare un bilancio delle competenze tecniche e sociali, valutando, ad esempio, se il ragazzo o la ragazza è in grado di lavorare in gruppo.
Se queste competenze sono carenti, vanno sviluppate attraverso appositi percorsi, per poi individuare un possibile tipo di occupazione, offrendo anche opportunità di prova.
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