PEI personalizzato o differenziato? Prima di scegliere, siamo sicuri di aver capito come apprende quello studente?
A Fano si è tenuta recentemente un’importante iniziativa promossa dall’A.G.F.I. (Associazione Genitori e Figli per l’Inclusione ODV), realtà che dal 1987 opera al fianco delle famiglie e delle istituzioni locali con oltre 150 nuclei associati, lavorando per abbattere le barriere culturali e promuovere una vera responsabilità civile.
In questa cornice di confronto e crescita, Pietro Berti ha tenuto un intervento intitolato proprio Piano educativo personalizzato o differenziato? Un tema cruciale che merita un approfondimento sia sul piano normativo sia su quello psicologico ed emotivo, essenziale per guidare genitori ed educatori nella scelta del miglior percorso di apprendimento per i propri ragazzi.
PEI personalizzato con prove equipollenti o percorso differenziato?
Quando un ragazzo o una ragazza con disabilità frequenta la scuola secondaria di secondo grado, prima o poi può presentarsi una scelta destinata ad avere conseguenze importanti sul suo percorso: PEI personalizzato con prove equipollenti o percorso differenziato?
Non è una scelta meramente tecnica. E non dovrebbe essere neppure una decisione presa sulla base della sola diagnosi, del livello di disabilità o delle difficoltà incontrate nelle tradizionali attività scolastiche.
La domanda che dovremmo porci prima è un’altra:
siamo davvero sicuri di avere compreso fino a dove può arrivare quello studente?
PEI Personalizzato e differenziato non sono la stessa cosa
Nella scuola secondaria di secondo grado il PEI può prevedere tre tipologie di percorso:
- ordinario
- personalizzato con prove equipollenti
- differenziato.
Nel percorso del PEI personalizzato lo studente non deve necessariamente fare le stesse cose dei compagni, nello stesso modo e negli stessi tempi.
Possono cambiare gli strumenti utilizzati, i tempi, la quantità e la complessità delle attività, le modalità con cui vengono presentati i contenuti, la mediazione dell’insegnante, le modalità comunicative, la tipologia delle verifiche e anche i criteri di valutazione. Deve però rimanere possibile verificare il raggiungimento degli apprendimenti previsti dal percorso.
È questo il significato più autentico della prova equipollente.
Equipollente, infatti, non significa “uguale” e non significa neppure semplicemente “più facile”.
Una prova può essere profondamente diversa da quella proposta al resto della classe e continuare a essere equipollente, se permette di verificare le competenze che intendiamo effettivamente accertare.
Ed è proprio qui che comincia il problema.
Quando una verifica misura la difficoltà invece dell’apprendimento
Immaginiamo uno studente che conosca bene un argomento di storia, ma abbia importanti difficoltà nella produzione scritta.
Gli proponiamo cinque domande aperte e otteniamo una prestazione molto bassa.
Che cosa abbiamo misurato?
Le sue conoscenze storiche? La comprensione delle domande? La capacità di recuperare le informazioni? La memoria di lavoro? La capacità di organizzare una risposta? Le competenze linguistiche? La velocità di scrittura?
Probabilmente un po’ di tutto.
Questo dovrebbe farci riflettere su un principio fondamentale:
una prova non misura necessariamente soltanto ciò che pensiamo di misurare.
Il funzionamento cognitivo, infatti, non è una capacità indistinta che si manifesta nello stesso modo in tutte le persone.
Possiamo avere punti di forza e di debolezza molto diversi nel ragionamento di fronte a problemi nuovi, nelle conoscenze acquisite e nel linguaggio, nelle abilità visuo-spaziali, nell’elaborazione delle informazioni uditive, nella memoria di lavoro, nell’apprendimento e nel recupero delle informazioni o nella velocità di elaborazione.
Se due studenti presentano profili molto differenti e noi chiediamo a entrambi di dimostrare ciò che sanno esattamente nello stesso modo, rischiamo quindi di valutare la loro difficoltà specifica anziché il loro apprendimento.
Un ragazzo può sapere molto più di quanto riesce a mostrarci
Facciamo qualche esempio.
Uno studente può avere una memoria di lavoro fragile. Gli diciamo:
“Vai dalla professoressa, chiedile il quaderno rosso, portalo a Marco e poi torna qui a prendere il foglio”.
Se dimentica un passaggio, possiamo concludere che non ha compreso la richiesta?
Non necessariamente.
Un altro studente può essere molto lento nell’elaborazione delle informazioni. Gli consegniamo trenta esercizi e gli diamo venti minuti. Ne completa dieci correttamente.
Un compagno ne completa venticinque.
Il secondo ha necessariamente una migliore comprensione dell’argomento? Oppure è semplicemente più veloce?
E ancora: un ragazzo può avere difficoltà enormi a spiegare verbalmente come si realizza un’attività e, messo davanti agli strumenti necessari, eseguirla perfettamente.
Perché l’intelligenza passa anche dalle mani.
La capacità di ideare, pianificare, organizzare ed eseguire una sequenza di azioni finalizzata a uno scopo costituisce una dimensione estremamente importante del funzionamento, soprattutto quando pensiamo alla vita quotidiana, ai laboratori, alla formazione professionale e al futuro lavorativo.
Se continuiamo a valutare quello studente esclusivamente attraverso domande, testi, interrogazioni e schede, potremmo non scoprire mai alcune delle cose che sa fare meglio.
Prima di decidere che “non ce la fa”, proviamo a cambiare la prova
Questo dovrebbe essere uno dei principi fondamentali del PEI personalizzato.
Se uno studente fallisce una verifica, prima di concludere che l’obiettivo sia fuori dalla sua portata dovremmo domandarci:
che cosa gli ha impedito di mostrarci quello che sa?
La complessità del contenuto oppure il linguaggio con cui lo abbiamo presentato? Oppure la competenza richiesta oppure la memoria necessaria per ricordare una consegna troppo lunga?
Chiediamoci:
Non conosceva la risposta oppure non riusciva a esprimerla attraverso la scrittura? Non sapeva risolvere il problema oppure aveva bisogno di rappresentarlo concretamente? Non aveva acquisito il concetto oppure non riusciva a recuperarlo abbastanza velocemente?
Sono domande molto diverse e possono condurre a decisioni educative molto diverse.
Personalizzare una verifica non significa allora “regalare” una prestazione allo studente.
Può significare, al contrario, costruire una prova più precisa, perché riduce l’influenza di quelle difficoltà che non costituiscono l’oggetto della nostra valutazione.
Se voglio sapere se uno studente ha compreso un avvenimento storico, devo cercare di valutare quella comprensione. Se la scrittura non è ciò che sto valutando, posso domandarmi se sia davvero indispensabile che la risposta venga fornita attraverso un testo scritto.
Allora: PEI personalizzato o differenziato?
È qui che la questione diventa particolarmente delicata.
La scelta del percorso scolastico ha conseguenze che vanno oltre l’anno che lo studente sta frequentando. Nelle slide da cui nasce questa riflessione la domanda è volutamente provocatoria: che cosa servirà a quella persona nel futuro?
Il diploma può essere necessario per accedere all’università. Può essere richiesto per partecipare a un concorso o candidarsi per alcune posizioni lavorative.
Ma non possiamo conoscere oggi con certezza quale sarà la vita di quel ragazzo tra cinque, dieci o vent’anni.
Dovremmo allora predire il futuro?
Naturalmente no.
Dobbiamo però fare qualcosa di altrettanto impegnativo: valutare seriamente e attraverso metodologie diverse le potenzialità e le modalità di apprendimento dello studente, soprattutto nei primi anni della scuola secondaria di secondo grado.
Prima di arrivare alla conclusione che un ragazzo non possa sostenere un percorso personalizzato con prove equipollenti, dovremmo quindi essere ragionevolmente certi di avergli dato occasioni sufficientemente diverse per mostrarci ciò che sa e ciò che può imparare.
La domanda da portare al GLO
Forse, allora, quando una famiglia partecipa al GLO e si comincia a discutere della possibilità di passare a un percorso differenziato, una delle domande più importanti da porre alla scuola potrebbe essere questa:
Attraverso quali modalità diverse avete verificato le sue possibilità di apprendimento?
La domanda non è soltanto:
Che voti ha preso?
oppure
Riesce a seguire il programma della classe?
Ma: quali prove abbiamo fatto? Che cosa succede se riduciamo il carico sulla memoria di lavoro? Se aumentiamo i tempi? Se utilizziamo immagini? Se trasformiamo una domanda aperta in una prova strutturata? Se permettiamo una risposta orale? Se utilizziamo oggetti e situazioni concrete? Se gli chiediamo di fare, anziché soltanto di spiegare?
Solo dopo avere esplorato strade diverse possiamo cominciare ad avere un quadro attendibile delle sue possibilità.
La scuola non deve predire il futuro. Deve evitare di chiuderlo troppo presto
La scelta tra percorso personalizzato e differenziato non dovrebbe trasformarsi in una contrapposizione ideologica.
Ci sono studenti per i quali un percorso differenziato può consentire di costruire apprendimenti molto più significativi, collegati all’autonomia, alla comunicazione, alle relazioni, alla partecipazione sociale, alla formazione professionale e alla vita adulta.
Ma proprio perché questa scelta è importante, non dovrebbe essere la conseguenza automatica delle difficoltà incontrate dallo studente nelle modalità tradizionali di insegnamento e valutazione.
Prima occorre conoscerlo e occorre:
- provare
- cambiare strumenti
- osservare che cosa succede quando cambia il modo di presentare un problema o di chiedere una risposta.
E soprattutto occorre ricordare che non riuscire a dimostrare una competenza in un determinato modo non significa necessariamente non possedere quella competenza.
La domanda decisiva, prima di scegliere il percorso, potrebbe quindi essere molto semplice:
Siamo sicuri di aver dato a questo ragazzo abbastanza modi diversi per mostrarci ciò che sa e ciò che può ancora imparare?
È da questa domanda, molto più che da un’etichetta diagnostica o da una serie di verifiche insufficienti, che dovrebbe iniziare una scelta capace davvero di mettere le basi per il suo futuro.
I prossimi appuntamenti dell’A.G.I.F. Fano su questi temi
Attraverso momenti formativi come la trattazione di Pietro Berti sul PEI personalizzato e differenziato, le famiglie trovano uno spazio sicuro in cui acquisire consapevolezza sui propri diritti e sugli strumenti scolastici esistenti.
Per questo motivo l’Associazione Genitori e Figli per l’Inclusione A.G.F.I. ODV ha programmato una serie di tre incontri di approfondimento presenza a Fano con il Dott. Pietro Berti sul PEI e Progetto di Vita, il primo dei quali si svolgerà il 30 settembre 2026 ore 16.00 in Via Gasparoli, 60 Fano: per l’iscrizione potete già compilare questo form, nel quale troverete anche le date per i prossimi appuntamenti.
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